Christian Poccia

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Romeo e Giulietta gay su sfondo di svastiche

Christian PocciaChristian Poccia

Due skinhead che s’innamorano. Un sentimento che sfida il tabù dell’omosessualità nella destra più estrema. Nicolo Donato racconta «una storia fottutamente bella» che rischiava di non vedere la luce. Un «Romeo e Giulietta» su sfondo di svastiche

Nicolo Donato ha la sua vita – buona parte di essa, almeno, di certo la più significativa – tatuata sulle braccia.

«Qui», indica un sentiero disegnato sotto la scritta “Lost and Found” sul braccio destro, «c’è raccontata la mia depressione e la strada che ho fatto per uscirne. Mi sono perso e ritrovato, tirando fuori tutta la merda che era dentro di me». Sull’avambraccio sinistro ci sono due scolaretti, un maschio e una femmina che si danno la mano: «il mio primo amore»; poi un cuore spezzato; due foglie, «che rappresentano il mio nuovo amore». E un quadrato. «E’ la mia scatola magica», confessa. «Dove metto i miei pensieri».

Il regista Nicolo Donato, vincitore dell'edizione 2008 del Festival del Cinema di Roma don il film Brotherhood

Il regista Nicolo Donato, vincitore dell’edizione 2009 del Festival del Cinema di Roma don il film Brotherhood

La mattina dopo aver incassato gli applausi alla presentazione del suo primo lavoro cinematografico al Roma Film Fest, Nicolo Donato, cognome italiano («mio padre è di Taormina, mia madre di Genova»), ma danese di nascita e formazione, è ancora frastornato. E contento: «La premiere è andata bene, sono molto soddisfatto». E fa bene a esserlo: il suo Brotherhood (Broderskab, il titolo originale), giudicato dalla critica il film più scandaloso della rassegna cinematografica capitolina, vincerà il giorno successivo al nostro incontro il premio come miglior film del festival.

Il regista danaese Nicolo Donato

E’ la storia di Lars e Jimmy, due neonazisti che s’innamorano e vivono una sentimento intenso e segreto, proibito dalle regole ispirate alla supremazia della razza bianca che governano il gruppo di skinhead a cui appartengono. «Un Romeo e Giulietta contemporaneo», ammette Donato.

«L’idea – racconta il regista – mi è venuta guardando un documentario sui gay nazisti in Germania. Inizialmente però ero scettico sul realizzarla. Voglio dire, sapevo che era una storia fottutamente bella da raccontare, ma avevo due paure: la prima era di rappresentare, io che sono un antinazista, il nazismo come una cosa fica; la seconda era di fare un torto ai miei amici omosessuali, ai quali certo il paragone con gli skinhead non poteva piacere. Insomma, temevo che il film potesse non essere capito. Ci ho pensato a lungo prima di decidere. Poi mi sono detto: fallo e basta».

Assistere alla storia di un amore gay tra due neonazi non è usuale. «Neppure impossibile» replica Donato. «Il motivo che mi ha spinto a scrivere è stato dimostrare quanto può essere forte l’amore. Più dell’ideologia, più della paura. Più dei ruoli sociali. Volevo che le persone capissero che l’amore non si può controllare, che i sentimenti non si possono chiudere in gabbia, e che se ci provi diventi pazzo, non resisti un giorno e vai al tappeto, knock out. Volevo raccontare una storia d’amore, è venuta fuori tra due uomini, ma poteva essere tra un uomo e una donna o tra due donne, non importa, non è quello il punto». E quale sarebbe, allora, il punto? «Il punto», pausa, «è che nessuno ha l’esclusiva dell’amore. Che può invadere l’animo di chiunque, e distruggere una persona oppure salvarla».

La locandina di Brotherhood

La locandina di Brotherhood

Ma un uomo che abbraccia un’ideologia che si nutre dell’odio nei confronti di chi è diverso, o meglio di chi egli ritiene sia diverso, come riesce ad amare, e per di più un altro uomo? «Nazista non si nasce» dice Donato, e allarga le braccia su cui sta scritta la sua vita, «malvagio non si nasce. Si sceglie di esserlo perché si ha bisogno di una identità. E mostrarsi forti e cattivi – duri, dei veri uomini – è un modo per darsene una. Quella però è soltanto una maschera. E Jimmi e Lars, i protagonisti del mio film, la maschera la fanno cadere. Perché s’innamorano l’uno dell’altro e scelgono di non fingere l’uno con l’altro, dopo aver scelto di non fingere prima di tutto con se stessi. E’ anche di questo che parla Brotherhood: di dover essere indiscutibilmente quello che siamo.»

Articolo pubblicato nell’estate 2009 su BABILONIA MAGAZINE

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