Christian Poccia

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Luglio: 2017
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«Il mio amico Leigh Bowery»

Christian PocciaChristian Poccia

Nel 1981 a Melbourne, Australia, Leigh Bowery prese una valigia, ci infilò dentro i suoi vestiti e una macchina da cucire, prese quella sua esistenza di allora, alla periferia del mondo, e ne fece un ricordo; prese coraggio e poi l’aereo che l’avrebbe condotto a Londra.

Di Londrà divenne un organo: un cervello o un cuore o un rene o forse, e meglio, un polmone poiché le concesse nuovo respiro. Leigh Bowery fu performance artist per quel che significa, fashion designer, drag queen e animale notturno; posò per il pittore Lucien Freud, ne fu la musa; fu provocatore e amico fra gli altri di Boy George; non soltanto impersonò, ma influenzò la scena New Romantic della capitale britannica di quegli anni; dal 1985 al 1986, ogni giovedì, al Maximus club di Leicester Square, fu animatore della one night più trasgressiva e ispirata che Londra ricordi: il Taboo.

l'artista leigh bowery

Leigh Bowery

Soprattutto Leigh Bowery prese il suo corpo grosso e flaccido, bello per niente, e lo impiegò come una tela, come un blocco di marmo da scolpire, ne fece un’esposizione permanente, un’inesauribile espressione artistica. I suoi travestimenti, che realizzava da sé, erano la sua prima mutevole pelle.

Nell’ottobre del 1988 trascorse una settimana su una chaise longue della Anthony d’Offay Gallery in New Bond Street a guardarsi dentro uno specchio, vestito e truccato ogni giorno in modo diverso.

«Fu nell’occasione di quella performance che lo incontrai per la prima volta» ricorda Fergus Greer, fotografo e amico di Bowery, autore delle bellissime immagini pubblicate in questa storia. «Fu un amico a convincermi ad andare. Vidi la sua performance e la trovai straordinaria. Non avevo nulla in comune con lui, a parte l’età (entrambi sono nati nel 1961, ndr) eppure appena ci conoscemmo, mi propose di realizzare insieme delle fotografie. Onestamente non sapevo cosa ne sarebbe venuto fuori, ma sin dall’inizio, lui davanti e io dietro all’obiettivo, nacque fra noi una connessione, un processo creativo, nuovo ed eccitante: io traevo ispirazione da lui e lui da me, senza parlare. Capiva cosa significasse scattare immagini che non fossero illustrative ma che raccontassero storie. L’uomo dietro la maschera era l’artista stesso. “Sono quello che rappresento” diceva. Possedeva una grande umanità».

leigh bowery

A Londra tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, proprio come a New York, la comunità gay era afflitta dalla piaga dell’Aids: «Non c’era giorno che un amico, o l’amico di un amico, non si ammalasse o morisse» racconta Greer, «ovunque c’era un opprimente senso di paura. Si frequentavano i club, ci si divertiva ma investiti da un’ombra». Anche Leigh Bowery si ammalò di Aids: morì il 31 dicembre 1994, all’età di 33 anni. «Oggi avrebbe 53 anni e sono sicuro che le sue evoluzioni artistiche rappresenterebbero anche quest’epoca».

Christian Poccia

Articolo pubblicato sul numero 12 di GINO MAGAZINE nel febbraio 2015