Christian Poccia

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Iaia Forte alias Tony P.

Christian PocciaChristian Poccia

Iaia Forte nei panni di Tony Pagoda

“Mi sconfinfero in questo lussuoso camerino grande quanto il salone della mia casa napoletana, con questi velluti rossi che mi stonano l’esistenza, mentre aspetto di tenere il concerto più importante di questa mia sontuosa carriera che, tutti lo sanno, ho costruito pezzetto pezzetto. Mi inginocchio e cerco di arginare l’acqua minerale che scalpita per risalire dallo stomaco al catino, segno della croce, mani congiunte, grassocce e farcite di anelli d’oro. I palmi si attaccano come calamite sudaticce. Sono fradicio di me stesso, adesso” dice Tony Pagoda, alias Tony P., che s’è scolato tre gin tonic e tiene “quarantaquattro anni carichi e feroci” e una voce che “se a Sinstra l’ha mandata il Signore, allora a me, più modestamente, l’ha mandata san Gennaro”.

E che sta dove Paolo Sorrentino scrittore l’ha messo per incominciare il suo romanzo Hanno tutti ragione, e cioè dentro alla pancia del Radio City Music Hall di New York, pochi minuti prima di calcare il palco, il 27 dicembre 1979.

Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino

Il primo romanzo di Paolo Sorrentino

Lui è un cantante napoletano, “uno di quelli che, per ingordi di etichette di deficienti, viene definito un cantante da night”: sopraffatto da se stesso, cinico e presuntuoso furbo egocentrico e romantico, che se avete guardato L’uomo in più di Paolo Sorrentino registra, bene allora figuratevelo tale e quale a Tony Servillo nei panni di Antonio Pisapia, voce compresa. E che invece da un paio d’anni nei teatri italiani, ma pure in America, in Cina e presto a Buenos Aires, s’è preso a prestito la voce e il corpo di Iaia Forte, seppellita sotto a una parrucca rosso mogano, sul naso gli occhiali vintage troppo grandi. E che a Tony Servillo – «che io considero un maestro perché è stato il primo a mettermi in scena» racconta l’attrice – rende con questo suo Pagoda «un curioso omaggio».

«Mi sono presa il rischio di un confronto perdente e me ne sono fregata. Il fatto di essere un donna mi ha dato la possibilità di giocarmela senza pudore e dopo aver interpretato assassine puttane e monache, ora che sto nei panni di Tony Pagoda mi diverto come una pazza. La verità è che di lui mi sono innamorata. Della sua gradassagine, di questa virilità ostentata che in realtà nasconde una fragilità, un pudore nell’esprimere anche a se stesso la propria disperazione; della sua difficoltà di vivere e della sua ironia tarantiniana».

S’innamorò talmente Iaia Forte certo di Pagoda ma soprattutto e prima del romanzo, della «dimensione di quegli anni – i Settanta e gli Ottanta in cui è ambientato – sfrenati e vitali, pieni di una voglia di cambiare le carte in tavole, durante i quali esplorammo le possibilità in una maniera con convenzionale», ma pure «disastrosi» poiché segnarono «l’inizio del nostro lento disfacimento politico e sociale», per via di una corsa al «successo a tutti i costi che compromise la nostra felicità». Se ne innamorò talmente insomma Iaia Forte da volerne ricavare l’omonimo spettacolo teatrale di cui è protagonista e che sta percorrendo in lungo e in largo la penisola; e da immaginarne persino un seguito, chissà quanto reale, in cui, dice Iaia, «consegnerò Tony all’amore, su una spiaggia del Brasile magari, in compagnia di una giovane donna e impegnato a cucinare i suoi spaghetti con le cozze».

Christian Poccia

Articolo pubblicato sul numero 11 di GINO MAGAZINE, nel dicembre 2014