Christian Poccia

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Walter Siti spiega i nuovi ragazzi di borgata

Christian PocciaChristian Poccia

I ragazzi di borgata raccontati da Pier Paolo Pasolini, somigliano poco ai loro figli che assediano oggi le periferie romane, e che hanno facce ricostruite e lisce – donnesche quasi – sopracciglia rifatte e corpi gonfi di muscoli plastificati; hanno poco dei quasi uomini che quarant’anni fa esplodevano di desideri che non sapevano neppure come chiamare e spiavano il mondo dalla televisione – una sconosciuta – sapendone niente.

Altro che internet.

La disperazione, forse quella è la stessa: che nasce dalla consapevolezza di dover sopravvivere un giorno dopo l’altro in mezzo a palazzacci di cemento e strade larghe, dentro a una Roma che di Roma non ha proprio nulla.

Ma questi borgatari del 2008 in cosa sono diversi dai figli della borghesia?

lo scrittore walter siti

Walter Siti, professore universitario e scrittore

«Nonostante l’omologazione culturale e la condivisione di una prospettiva assai precaria del futuro, nonostante la paura dell’incertezza tipica di quello che una volta era il sottoproletariato si sia estesa anche alla piccola e media borghesia, i borgatari non possono essere come i borghesi. Il borgataro vive alla giornata, oserei dire al minuto e non sa quel che gli riserva il domani» spiega Walter Siti, autore de Il Contagio (Mondadori), romanzo che si srotola nelle borgate della capitale e in cui Siti tenta di disegnare un profilo della nuova generazione dei ragazzi della periferia romana; partendo dalla violenza che essi respirano e esercitano, un istinto o un’educazione, oppure forse una necessità a cui bisogna cedere per non ammazzarsi.

Cover romanzo Il Contagio di Walter Siti

La copertina de Il Contagio, romanzo uscito nel 2008

«Io non credo che questi ragazzi siano violenti per natura. Tendono spesso, e questo è vero, a risolvere le questioni menando le mani, ma è perché non conoscono o non trovano la via della parola. La violenza diventa allora una forma di linguaggio, di comunicazione».

Molti di loro seguono e mettono in pratica una ideologia razzista, di estrema destra. «Sì, molti provengono da famiglie di destra, figli di quei padri che hanno vissuto gli anni ’70 sentendosi parte di una minoranza esclusa», dice Siti. «La destra inoltre fa discorsi semplici che arrivano subito, senza mediazioni: i negri fanno schifo e quindi bisogna prenderli a calci nel culo. La destra non si pone mica il problema di come possiamo integrare persone che hanno una cultura diversa non rinunciando alla nostra identità, cosa, ovviamente, assai più complessa». «Molti di questi ragazzi – prosegue lo scrittore – abbracciano parole d’ordine legate ai miti di forza e riscatto. Non è un caso che leggano libri fantasy dove eroi forzuti vendicano con la violenza i torti subiti. Ed è nel grande mare dell’ideologia nazista o celtica che pescano i simboli e gli slogan senza neppure conoscerne il significato». Una destra inconsapevole, insomma, che rispolvera in maniera distorta il vitalismo nicciano. «Solo così si spiega il motivo per cui alcuni vedono nel Che Guevara solitario del periodo boliviano un eroe, una specie di Italo Balbo. Anche se per loro ormai vivere al trecento per cento significa apparire su un giornale al fianco di una valletta o partecipare a un reality show.» 

Christian Poccia

Articolo pubblicato sul quotidiano Il Riformista nell’autunno 2008