Christian Poccia

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Fiori d’un istante. La poesia del sudcoreano Ko Un

Christian PocciaChristian Poccia

«Per un poeta, la prima vera poesia è l’ultima: quella scritta prima di morire» dice dopo un interminabile attesa Ko Un. Che ama i silenzi quanto le parole, trattenute nelle mani piccole e bianche, e restituite in versi. «La poesia non ha un tempo, non nasce e non muore. La poesia è trasformazione».

La raccolta di versi firmata da Ko Un

Più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura, autore di oltre 120 raccolte di poesie e tradotto in 14 lingue, Ko Un, poeta sudcoreano, ha finalmente pubblicato il suo primo libro di versi in italiano. Fiori d’un istante, edito da Cafoscarina e curato dalla professoressa Vincenza D’Urso, raccoglie intensi “istanti poetici”, come li definisce l’autore, “gocce di luce che cercano di esprimere una parte del più ampio ciclo del vivere.”

«Da un incontro tra due esseri sboccia un fiore. Ed è da lì, da quel fiore, che nasce la poesia». 

La sua maniera di vivere la poesia è sentita, drammatica, fisica persino: «I piedi del poeta devono restare fermamente piantati per terra. Egli deve essere a contatto con la realtà, deve respirare la polvere della terra. Ma la sua mente e il suo pensiero devono essere in grado di andare oltre i confini umani, di superare i limite della realtà».

Ko Un è nato nel 1933 nella città di Kunsan e perciò ha vissuto per intero, ancora ragazzo, la tragedia della guerra di Corea, esplosa nel giugno del 1950. Nel ’52 scelse la meditazione monastica, consacrandosi al buddismo. Dopo dieci anni e migliaia di chilometri percorsi lungo l’intero paese vivendo di elemosine, abbandona quella vita. «Il mio approdo al monacesimo buddista fu una conseguenza del profondo vuoto provocato in me dalla devastazione della guerra. La mia vita assomigliava a quello che mi circondava: distruzione, spettri, morte» – ricorda oggi il poeta -. Mi sembrava che la mia vita non avesse più un senso, tentati anche il suicidio Dovevo ritrovare un senso alla vita poiché mi sembrava non ne avesse più alcuno, tentai anche il suicidio. Il buddismo guarì le mie ferite, tuttavia dopo dieci anni mi resi conto che mentre io ero tra i monti a meditare nel mio paese si lottava per la libertà. Mi domandai allora quale dovesse essere la mia strada: se la religione oppure l’impegno artistico e, attraverso esso, quello civile. Decisi per la seconda».

Nelle poesie di Ko Un c’è una solitudine che non sfocia mai però nella tristezza. La condizione ideale del poeta, dunque, è questa: la solitudine? «Certamente è la condizione in cui il poeta riesce ad ascoltare meglio il respiro del Tutto, ma è una condizione comune a tutti gli esseri umani. Ogni uomo nasce nella solitudine e da essa tenta di liberarsi per tutta la vita, seppure invano. Infine egli muore solo».

La poesia di Ko Un è tenacemente legata alla concretezza della realtà, arrivando sorprendentemente e con poche parole all’essenza delle cose: «E’ dalle cose del mondo che traggo la mia ispirazione poetica», spiega il poeta sudcoreano, «la trovo nel vento, nel mare di notte, nella distruzione, nella morte. Il mondo è insieme l’utero e la tomba della poesia. E la poesia è il linguaggio per tradurre la realtà». È anche speranza dunque? «Speranza, sì. Ma pure disperazione. Perché in questo mondo non ci sono solo i bambini che giocano allegri; accanto a loro ci sono anch’io».

"L’ho visto scendendo/quel fiore che non avevo visto/salendo"

scrive Ko Un in una delle più belle poesie della raccolta Fiori d’un istante, concentrando la sua forza lirica su un tema, quello del ritorno, particolarmente presente nella sua opera. «Credo che tutti abbiano la tendenza a ritornare. Ritornare in un luogo o in un tempo che non è più il luogo o il tempo in cui vivono. Lasciarsi andare alla nostalgia e al ricordo. Ognuno di noi ritorna, prima o poi, dove era già stato. E’ inevitabile. Fa parte del senso della vita».

La capitale della Corea del sud

Seul
La capitale della Corea del Sud. Il sogno di Ko Un è la riunificazione delle due Coree

Il sogno di una Corea unita

Ko Un ha combattuto per la democrazia in Corea del Sud, è stato un fervente nazionalista, un intellettuale militante e un dissidente imprigionato per quattro volte. Oggi prosegue la sua lotta per la riunificazione delle due Coree, confidando che un giorno non lontano il suo paese torni ad essere unito come è stato per duemila anni prima della follia comunista. «Il novecento è stato un secolo di grandi sconvolgimenti per la Corea. Ma credo che stia giungendo il momento della riunificazione. Autori, scrittori e uomini di pensiero che nell’arco di sessant’anni non si erano mai incontrati, oggi discutono insieme e partecipano a meeting e festival comuni. Studiosi di lingua coreana del nord e del sud stanno lavorando insieme ad un progetto, di cui faccio parte anch’io, per la creazione di un dizionario pancoreano. Pochi anni fa queste cose sarebbero state inconcepibili. Per questo credo che l’epoca della riconciliazione sia già cominciata. Non accadrà in maniera repentina, come in Germania, ma sono certo che il processo sia già in corso e seguirà, come ogni cosa – come pure la poesia – il tempo delle stagioni. La primavera seguirà l’inverno, poi verrà l’estate e poi di nuovo seguirà l’autunno…».

Christian Poccia

Intervista pubblicata a febbraio 2006 sul quotidiano L’Indipendente