Christian Poccia

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I fantasmi di Jean Michel Basquiat

Christian PocciaChristian Poccia

Un'opera di Jean Michel Basquiat

«Sono soltanto un ragazzo di New York» disse Jean Michel Basquiat un giorno a suo padre. Un ragazzo di Brooklyn con un nome francese, antenati schiavi e la consapevolezza di avere nelle vene Haiti e Portorico, e sulla faccia le facce anonime di quei negri senza nome e senza storia che lungo tutta l’America per secoli raccolsero meloni e mais oppure piantarono tabacco.

«Un ragazzo di New York», nel modo in cui un newyorkese deve per forza essere: libero e un po’ pazzo. Un ragazzo che non seppe liberarsi per tutta la sua vita, che fu breve, dei fantasmi di un passato che gli apparteneva, pure se non l’aveva vissuto; e di un presente, quello di allora, la fine degli ani 70, che non solo a New York sputava ancora in faccia ai neri: Fantasmi da scacciare. Che è poi il nome della mostra ospitata a Palazzo Ruspoli di Roma fino al 1 febbraio 2009: un allestimento formato da quaranta opere firmate Jean-Michel Basquiat e aperto da cinque fotografie inedite di Michael Halsband, una delle quali ritrae l’artista di colore insieme a Andy Warhol impegnati in un finto incontro di boxe. Era il dieci luglio del 1985 e Basquiat, anche grazie a Warhol, aveva già sedotto la scena artistica newyorkese imponendosi come uno dei suoi maggiori esponenti. Michael Halsband racconta così quel giorno nel suo studio:

"«Ricominciammo con le fotografie, e dopo qualche rullino Jean ebbe l’idea di appoggiare la faccia sul guantone di Andy per far sembrare che stesse ricevendo un pugno da K.O. Nello stesso istante ruotai la macchina fotografica per far sembrare che Andy attaccasse con un uppercut. Premetti l’otturatore, ed ecco fatto. Sapevo che avevamo realizzato qualcosa di speciale»."
Il famoso scatto di Michael Halsband che ritrae Basquiat e Warhol impegnati in un finto incontro di boxe

Jean-Michel Basquiat era soltanto un ragazzo di New York ma sapeva benissimo che il suo posto nel mondo era precario più di quello di molti altri. Lo sapeva sin da quando, nel 1977, a diciassette anni, dopo la sua prima fuga da casa e la sua prima esperienza con l’LSD, cominciò a firmarsi SAMO (Same Old Shit, la solita stessa merda) e a dipingere graffiti sui vagoni della metropolitana di New York, a downtown. Da allora e fino alla sua morte, scrive Olivier Berggruen, curatore della mostra Fantasmi da scacciare, «Basquiat dipinge soggetti che affermano il carattere precario dell’esperienza urbana: corpi scheletrici, danneggiati segnati da cicatrici o dilaniati, figure nere, immagini che affondano le radici nella sua giovinezza – auto, aerei, grattacieli, poliziotti, simboli di un’innocenza perduta: la corona, eroi neri come Hank Aaron e Charlie Parker, modelli culturali di vita urbana, essenzialmente nera». Perché Basquiat era lucidamente consapevole – e dunque a quella consapevolezza arreso – di cosa significasse, per usare le sue parole, essere «un negro in questo mondo». «Sono sicuro – ipotizza l’amico fotografo Michael Halsband, che con lui viaggiò in Francia e Portogallo sperimentando le discriminazioni a cui era sottoposto – che l’uso di droga e alcool fosse un palliativo per tutta la frustrazione che questo gli provocava».

Anche secondo Berggruen, la frammentazione tipica dello stile di Basquiat e gli zombie che prendevano forma sulle sue tele nascevano dall’«alienazione provata da un nero nella società razzista che più tardi lo avrebbe accolto con la stessa rapidità con cui lo avrebbe respinto qualche anno dopo, quando la sua discesa nella spirale della droga lo fece diventare persona non gradita nel mondo dell’arte».

«Nell’estate del 1982 – racconta Berggruen – Marvin, il suo assistente lo trovò nello studio a lacerare i ritratti noti come i “profeti”. Quando la sua gallerista Annina Nosei gli chiese perché, la sua riposta asciutta fu che non gliene importava niente di quelle tele… In seguito all’ostinazione della Nosei, l’artista le confidò che in quei quadri vedeva dappertutto fantasmi che dovevano essere distrutti».

Jean-Michel Basquiat morì il 12 agosto 1988 nel suo loft in Great Jones Street, a New York, per una intossicazione – dirà l’autopsia – provocata da un cocktail di droghe.

Christian Poccia

Articolo pubblicato a novembre 2008 su Babilonia Magazine